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Harry Potter e la Pietra Filosofale – recensione di Peristalsi Narrativa

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La chef: J.K. Rowling

Nasce nel ’65. Come altri grandi scrittori, sin da bambina declina la propria fantasia in storielle, racconti, persino un primo e timido tentativo di romanzo già a dodici anni. Si laurea, lavora per Amnesty International trasferendosi a Londra. Su un treno partorisce il personaggio di Harry, e in breve anche molti altri, scolpendoli via dall’ispirazione tratta da insegnanti, familiari e altre persone che avevano costellato la sua carriera scolastica e la sua adolescenza. Durante le pause pranzo inizia a scrivere e progettare la saga. Sposatasi, si trasferisce in Portogallo, ma in breve chiude la parentesi portoghese con un divorzio, e finisce a Edimburgo con la figlia. Lì, a braccetto con una depressione che in parte ispirerà la figura dei Dissennatori, trova forza nella figlia e nel libro che ancora sta scrivendo. Lo concluderà a furia di passeggiate per far addormentare la bambina, e sotto alle luci soffuse del pub di proprietà del cognato. Con difficoltà, trova un agente letterario. Dopo dodici rifiuti, trova una casa editrice. Usa un mezzo pseudonimo per esigenze di mercato, e infine riesce a pubblicare nel 1995 il primo libro della saga. Il resto è ormai storia della letteratura.

Il cameriere e il discorso

Il cameriere è vestito sgargiante, in una veste non adatta a qualunque libro che non sia per ragazzi. Quantomeno all’inizio, altre versioni del primo libro della saga verranno poi ristampate per tentare un pubblico adulto, certo, ma non questa. Dice di chiamarsi Salani.
Ha il piatto in equilibrio sulle dita, ma non ce lo porge, anzi, si schiarisce la voce. Si ricorda, sa che siamo venuti qui da ragazzini per mangiarlo, più volte. Infatti non è il 1995, anno della prima pubblicazione di questo libro, ma il 2021. Sono passati vent’anni, ci dice, quindi è scemo leggerlo facendo finta di niente, bisogna farlo con cognizione di causa.

Comincia quindi un discorso barboso ma necessario. Ci dice che lo chef ha le sue qualità, e tante, ma non è di certo un planner in termini di scrittura. Avvisa di essere pronti a errori, inconsistenze, forse qualche buchetto di trama. Annuiamo comprensivi: il worldbuilding non è scrivere un romanzo, ma qualcosa di diverso, molto più palloso e difficile, e non tutti gli scrittori di saghe lo fanno. Nessuna colpa, anche e soprattutto perché il primo libro del franchise è – era all’inizio, in teoria – per bambini.
Sorvoleremo quindi sui piccoli dettagli del piatto che un po’ stonano al palato. Piatto di pesce, per amor di metafora: le delizie al retrogusto di mare sono qui piene di piccole spine. I servizi sociali che mai arrivano, negli anni 80, a casa dei Dursley. Harry che non si congela viaggiando in moto fra le nuvole londinesi a novembre. L’intero mondo magico che sa già com’è fatto Harry senza aver mai visto una sua foto. La povertà dei Weasley, impossibile viste le regole magiche sulla Trasfigurazione e sul cibo che apprenderemo nei volumi successivi. Una semplice risposta: magia, e focus sulla trama più che sui perché dietro ai meccanismi che la governano. In un qualche modo riusciamo a sbrogliarcela così.

Sentiremo però un bel po’ di queste lische darci fastidio al palato quanto allo stomaco, in questo piatto e nei sei successivi della saga: più Harry Potter si arricchirà in lore, più sarà evidente il worldbuilding difettato, e i problemi si accumuleranno. Sempre più lische, insomma, però c’è anche più polpa, un piatto per volta, ed è sempre più buona. L’idea dietro Harry Potter, la trama e i personaggi, sono incredibili, ed eclissano senza problema alcuno tutti i difetti della saga. Nessuno accusa lo chef, anzi: è quasi normale che ciò avvenga. La difficoltà nel worldbuilding è proporzionale al livello di soprannaturale presente, e questo è legato a doppio filo con la lassità delle regole inventate per dargli un senso. Un worldbuilding ferreo e ben congegnato si sarebbe tradotto in una lettura molto più pesante, lontana quindi dal suo scopo, Harry Potter è letteralmente magia indirizzata a lettori giovanissimi dall’inizio alla fine, pertanto è inevitabile (vista l’ambizione che il progetto raggiunge) ritrovarsi con inconsistenze e problemi di varia entità, su cui si tende a sorvolare. Per adesso, parliamo comunque di un primo libro indirizzato solo a bambini/ragazzi senza alcuna pretesa di parlare agli adulti, pertanto basta questo a giustificare ogni cosa.

Impiattamento

Pesce. Un pesce sconosciuto, fino ad ora: uno dei punti forti della pietanza è infatti l’originalità. Non un risotto rivisitato per l’ennesima volta, ma qualcosa di completamente nuovo, perlomeno alla quasi totalità dei lettori (per me lo fu). Non è particolarmente corposo né sembra troppo cervellotico. Per un lettore forte con una domenica libera, basta un giorno per iniziarlo e finirlo, anche perché non è scrittura molecolare, ruotando il piatto osserviamo una struttura standard dello storytelling, efficace nella sua semplicità.

Sapore

Indefinibile, almeno per me. Mi ci sono abbuffato da ragazzino, rileggendolo forse cinque o sei volte, quindi qualunque gusto m’inventassi, avrebbe il sapore di un bias. Harry Potter è la mia infanzia, e come chiunque abbia anche solo sfiorato un libro di neurofisiologia sa, i libri che hai amato da bamboccio vanno ad agire sugli stessi meccanismi sinaptici sfruttati dal ragù di mamma. Risulterà difficile giudicare in modo oggettivo un libro del genere. Anche adesso, le lische in bocca e il sapore di mare fra le papille, fatico a isolare i difetti ed esaltare i pregi. Quand’è così, il recensore saggio si butta sulle tecniche narrative usate, più che sui sentimenti in cui il libro t’immerge. Ma farò del mio meglio.

Consistenza

L’ho detto e lo ripeto, Harry Potter è – e rimarrà – pesce di qualità altissima che non è stato deliscato a dovere. Quella è la consistenza, dell’orata appena pescata e messa subito in forno, e nel primo dei libri le lische neanche le sentiamo così tanto.

La struttura del piatto è molto basica, da manuale di narrativa, scelta pressoché obbligata visto il pubblico di riferimento. Si parte con un prologo, la cui funzione è soltanto di sbalzo temporale, in modo che il resto della storia si svolga nel presente di Harry. Quando è stato scritto il libro non c’era ancora l’ossessione odierna per lo show don’t tell, ma l’introduzione del personaggio principale è moderna, efficace e coinvolgente. L’evento scatenante è un invito alla misteriosa scuola di Hogwarts, narrativamente la call to adventure, per ora rifiutata per via dei parenti di Harry, fino all’arrivo di Hagrid, concludendo così il primo atto.

Harry arriva ad Hogwarts, e l’avventura comincia. Non ci sono plot points né particolari sottotrame fino a qui, semplicemente il contesto e i personaggi sono di per sé estremamente coinvolgenti e bastano a tenere lì il lettore.
La Rowling fa largo uso dell’anticipazione, ad esempio per la Pietra (vista prima alla Gringott) e per lo Specchio.
Il primo plot hook è dato dalla comparsa di un troll nei sotterranei, usato anche come mezzo narrativo per introdurre stabilmente il personaggio di Hermione e per esacerbare i sospetti verso Piton.

Questa giostra del sospetto giunge al culmine con l’incidente della Nimbus 2000, circa a metà del libro, utile soprattutto per dare la conferma ai tre bambini che c’è qualcosa di veramente strano in corso ad Hogwarts, l’ennesima riprova l’abbiamo quando Harry spia Piton mentre minaccia Quirrell. Il lettore anche solo moderatamente attento capisce di essere stato un po’ troppo imboccato, e se veramente fosse Piton il “cattivo”, si rimarrebbe delusi dall’ovvietà della rivelazione: ma il ragazzino che legge (e non mi tolgo da questa categoria, anche se il mio turno fu un decennio fa) è ormai presissimo.

Il plot point successivo è nella Foresta Proibita, perché Harry scopre che c’è Voldemort dietro a tutto, e quindi fa il collegamento Voldemort – Piton. Ha fine unicamente di rinforzo del concetto di posta in gioco, perché di fatto non succede nulla, né porta Harry al limite psicofisico.

Il climax lo raggiungiamo quando Harry, convinto che sia Piton l’impostore, va con Ron e Hermione nel luogo del confronto finale. Anche qui, il lettore attento non può non rendersi conto di un punto di debolezza narrativa notevole: la Pietra Filosofale viene protetta da una serie di prove teoricamente di altissimo livello, in quanto create dai professori di Hogwarts. Eppure vengono superate in poco tempo e senza troppi problemi da degli undicenni che di magia sanno poco e niente. Era necessario per la storia, ma si nota. La prova finale di Silente, davanti allo specchio con Quirrell, è di rara eleganza. Qui il protagonista raggiunge il suo low point e c’è il momento climatico. L’ovvia assenza di Piton (mai avrebbe potuto essere lui il colpevole, pena la mancanza del colpo di scena) viene arricchita dalla rivelazione che lui, per tutto il tempo, cercava di contrastare Quirrell.

Quirrell rivela di essere posseduto da Voldemort e prova a uccidere Harry, fallisce, e si conclude con la risoluzione degli eventi.

Retrogusto

Soprattutto rileggendo da adulti, sorgono dei dubbi, tutti legati alle lische che qua e là ci sono rimaste in bocca. Non ha senso che Silente non abbia indagato sull’incidente della scopa di Harry, che non sia stata fatta un’indagine sul troll, e soprattutto che sia bastato un turbante per nascondere Voldemort al mago più potente dell’era moderna. Non è plausibile che i Weasley indossino abiti di seconda mano e abitino in una catapecchia quando sono abbastanza abili da Trasfigurare, anzi, non dovrebbero esistere maghi poveri… e via dicendo. Queste sono però riflessioni che tenderanno a sorgere più avanti, con i libri successivi, perché al termine di questo non sappiamo troppo in merito al mondo magico e alle sue regole.

La storia è lineare, innovativa, coinvolgente. Fa venire voglia di prendere subito in mano il secondo volume.

Digeribilità

Nessun intoppo. Il libro non è arzigogolato né complesso, la scrittura è semplice e rapida. C’è forse in alcuni capitoli un abuso di punti di sospensione per creare tensione nel lettore, in ogni caso l’eccidio di questo metodo narrativo da parte degli editor è piuttosto recente, e nel lettore target difficilmente costituirà motivo d’irritazione.

Peristalsi

Facile. Questo romanzo come i successivi non impone riflessioni pesanti sull’esistenza, ma coinvolge emotivamente, è quel tipo di libro che più che lasciarti lì a rimuginare con le dita sulla parola fine, ti spinge alla fantasticheria, al vederti con una bacchetta in mano… o con una lettera dall’aria ufficiale tra le dita, il gufo postino in bilico sul davanzale.

Ciao!

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