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Il quinto giorno di Frank Schätzing – Recensione di Peristalsi Narrativa

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Lo chef

Questo romanzo è considerato il fiore all’occhiello dello scrittore tedesco, classe ’57. Comincia lontano dalla letteratura: laureato in scienze della comunicazione, lancia una compagnia di advertising, e inizia a scrivere nel 1990 svariate novelle e satire. Nel 2004 arriva il grande successo con The Swarm (“Lo sciame”) in italiano reso come “Il quinto giorno“. Ha fatto talmente tanta ricerca per scriverlo che gliene è avanzata abbastanza per un saggio, Il mondo d’acqua. Il Diavolo nella cattedrale e Silenziosamente vengono pubblicati in Italia dopo Il quinto giorno, sull’onda del suo successo, nonostante li abbia scritti un decennio prima. Limit è un altro suo techno-thriller. Fine parte noiosa.

Il cameriere

Si presenta come TEA libri, facente parte del megagruppo Mauri Spagnol sin dal 2005, lo stesso anno in cui pubblica questo avanguardistico techno-thriller. Non rivela i suoi segreti da cameriere, mai sapremo quanto il libro ha continuato a vendere negli anni, tuttavia è inserito nelle collane bestseller della casa editrice, e tanto ci basta.

Ci avvisa, un sorriso compunto e una mano dietro la schiena: il libro è un mattone, devono piacerti la tecnologia e la scienza, e avere pazienza. Per tutta risposta, ci stendiamo il tovagliolo sulle cosce: siamo gente di bocca buona, nella peggiore delle ipotesi sarà un bestseller deludente. Si comincia.

Impiattamento

Salta subito all’occhio il titolo, del tutto cambiato rispetto all’originale. Avrei preferito onestamente Lo sciame, ma anche questo è più che azzeccato. Il mare fa da protagonista sin dall’inizio, ma ci vorrà qualche centinaio di pagine prima di arrivare al titolo stesso. Questa, infatti, è la caratteristica che più ci colpisce di questo piatto: sembrano porzioni per tre persone. Più di mille facciate, in un carattere non certo da libro per bambini. Sin dall’inizio, però, l’impiattamento colpisce: la scienza permea buona parte della storia, anche al principio, e il l’ibrido didascalico-narrato in cui ci viene presentata è degno del miglior divulgatore. Niente da dire, come saggista Frank Schätzing ci sa fare.

Sapore

Il paninazzo portato da casa durante il quarto d’ora accademico tra due lezioni di anatomia. Identico, stesso metaforico sapore. Per quanto la capacità divulgativa di Frank Schätzing sia di altissimo livello, la quantità di nozioni presentata è assolutamente abnorme. Gli infodump sono inizialmente ben inseriti: si prenda come esempio la spiegazione sugli idrati di metano a inizio romanzo, sfruttando la tecnica del personaggio inconsapevole. Il problema è che queste montagne di informazioni, peraltro non immediatamente digeribili senza un background scientifico (soprattutto quando si comincia a parlare di biologia e genetica) tende a schiacciare i vari quarti d’ora accademici che sono sparsi per il romanzo nel tentativo di farci affezionare ai personaggi. Dopo 600 pagine non mi ero ancora avvicinato a nessuno dei protagonisti, perché il tempo che mi è stato concesso per scambiarci due chiacchiere era estremamente limitato per via di due fattori:

  • Le informazioni scientifiche → estremamente dettagliate, una meraviglia espositiva, ma proprio troppe. Viene istintivo domandarsi quindi se il romanzo avrebbe potuto fare a meno di esse, o almeno di una loro parte: qui giace una porzione consistente del problema, perché la risposta temo sia un no piuttosto secco. Se non ci venisse spiegato per filo e per segno perché A consegue a B, il gargantuesco lavoro di ricerca fatto dallo chef passerebbe inosservato, così come la sana ossessione per il realismo. Quando la scarpata continentale crolla, senza una spiegazione accurata lo vedremmo come un modo un po’ così di far avanzare la trama: così è gran parte del testo, la consapevolezza della sua plausibilità compensa il poco avvicinarsi ai vari attori sul palco. In parte.
  • I personaggi → credo che sia questo il punto più dolente: ci sono 24 personaggi importanti nel romanzo, e i quarti d’ora di cui parlavamo prima sono tutti spartiti fra di essi. Non facciamo in tempo a conoscere nessuno di essi, nonostante una caratterizzazione superficiale molto ben riuscita e che dona un’anima a ciascuno di loro, continuiamo a vederli come colleghi con cui smezzare il tempo del paninazzo di cui sopra, non siamo veramente toccati dalla loro sorte.

Retrogusto

Personalmente, è stato sin da subito netta ammirazione: la ricerca scientifica effettuata dall’autore ha una mole enorme, calata nella pretesa di realismo che ogni libro del genere deve avere, e qui c’è in modo perfetto. Durante la narrazione non dubitiamo mai della plausibilità di ciò che succede, perché ci viene spiegato in modo didascalico e accurato ogni singolo passaggio. Solo quando il cibo continua a scendere da un po’ giù per l’esofago, all’ammirazione quasi accademica (come quella per i professori che ci sanno fare, per intenderci) si mischia una punta di noia. Ci vogliono centinaia di pagine perché succeda effettivamente qualcosa, e in questa infinità di caratteri sappiamo ancora poco o niente di ognuno dei protagonisti, perché questi sono presentati praticamente tutti insieme un capitolo alla volta.

Consistenza

Il libro, nonostante sia così grosso da poter essere usato come arma anche senza la copertina rigida, non mi è risultato pesante. Forse per via della passione per la scienza, lo ammetto, ma tant’è.
Più si procede nei meandri del romanzo, maggiore è stata però la difficoltà nel leggere più di 80-100 pagine alla volta. L’iniziale sfruttamento di un pov esterno, dotto, che ci tiene ad informare il lettore per fornirgli strumenti adeguati alla comprensione della gravità o della grandezza di ciò che accade risulta presto trito e un po’ stopposo fra i molari.
Di solito il punto di vista inconsapevole è, quando vuoi fare un infodump, uno dei metodi migliori per non annoiare, soprattutto se hai la complicità di una penna esperta che sa quando fermare il proprio lato saggistico, e in effetti all’inizio i paragrafi esplicativi sono di solito brevi e presentati assieme a vicende di personaggi secondari (Olsen e il suo tsunami, per esempio, anche se non è nelle prime parti del libro). Il problema è però che, nonostante ci siano ben 24 personaggi più o meno principali, non bastano per utilizzare questo espediente narrativo in modo da spiegare ogni cosa, e ad una certa l’autore si mette a spiegare letteralmente al lettore tutta la scienza che c’è dietro quanto succede, senza l’intermediazione di un personaggio. Si conclude un discorso, poi parte l’excursus scientifico. Alcune parti risultano quindi un po’ pesanti. Hai mai trovato troppi grani di pepe vicini in una fetta di salame? Così.

Digeribilità

Se il libro avesse mantenuto nei riguardi dei personaggi un atteggiamento distaccato, analitico quasi come quello che aveva quando ci parlava di scienza, credo lo avrei preferito di gran lunga: i personaggi sarebbero stati topi in teche di vetro, di cui avremmo osservato incuriositi il destino, senza però prenderli a cuore. Ci sono romanzi dove vivi per i loro abitanti di carta, altri dove ti godi la storia, questo cerca di ibridare le due cose, nonostante la peculiare natura del romanzo stesso. Nella seconda metà del libro, l’autore cerca infatti di dare spessore emotivo e profondità ad alcuni dei personaggi, fino a quel momento usati come strumenti da intreccio: qui sorge un problema. Il libro è lento di suo, non ci siamo affezionati più di tanto ai protagonisti pur essendo coinvolti nella storia, e tutta la parte di narrazione relativa ad Anawak, Greywolf, l’Alaska e gli indiani è a mio parere inutile, è inserita per far avanzare l’arco narrativo di un pg che conosciamo in realtà molto poco a causa delle decine di personaggi presenti e, fino a quel momento, descritti in modo analitico.
Insomma, non fa che ammazzare il ritmo, e sembra di leggere la storia personale di gente sconosciuta quando ciò che vogliamo è tornare agli yrr.

A parte questo, il placido incedere della narrazione si fa sempre più corsetta sostenuta a mano a mano che ci avviciniamo alla fine: la componente scientifica non si arrende, è presente fino agli ultimi attimi di sperimentazione sulla nave in cui si svolge la sezione Independence, e si fa se possibile ancora più complessa e specialistica.

Sul finale, c’è un capello nel piatto.

Già.

Una conclusione maestosa e adrenalinica sarebbe stata perfetta, invece il romanzo cade in una deriva saggistica di cui già si fiuta l’anticipazione nel centinaio di pagine prima: il capitolo finale, dove dovremmo avere il batticuore senza riuscire a resistere allo sfogliare le pagine, è un’accozzaglia pseudo filosofica di riflessioni sulla natura e sulla vita, a mio parere totalmente fuori luogo, colpo di grazia ad un ritmo narrativo già vacillante; questa parte ha anche la colpa di non essere troppo brillante (Il mondo d’acqua, un saggio vero e proprio dello stesso autore scritto con tutta la roba su cui aveva fatto ricerca per progettare questo romanzo, è decisamente molto più riuscito nell’intento).
La parte più interessante dell’epilogo, di cui si parla più volte nel corso della storia, è il contatto con la regina degli yrr, che si risolve però in poche righe. Intrigante la parte immediatamente precedente al finale, nonostante i motivi dietro al tradimento/complotto del generale Li siano forse un po’ banali nel loro antiamericanismo.
Di fatto, il finale mi ha deluso, ma non le sue implicazioni.

Peristalsi

Nonostante il modo in cui il finale è stato servito non mi sia piaciuto per niente, il tema del romanzo, l’attenzione analitica per tutto ciò che è scientifico e le conseguenze del finale stesso sono tutti punti a netto favore del piatto. Ogni singolo avvenimento presentato nell’ottica causa-conseguenze ha avuto una spiegazione, diretta o meno, niente è stato lasciato al caso. Il tema centrale, ipotesi Gaia a parte, è attuale più che mai, e le conseguenze per il mondo del romanzo in seguito all’ultimo atto le ho adorate: convivenza con la superpotenza aliena, una partita a scacchi dove il rovinarsi della scacchiera (e non la vittoria!) è ciò che importa al giocatore più forte. Intrigante, e per fortuna non è stato il solito X stermina Y + viva l’umanità.
Tirando le somme, la pancia quasi dolorante, il libro è un gioiello nel suo genere.

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